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Adriano Pessina Nota in margine al dibattito sui cattolici e la politica

Nel contesto teologico contemporaneo sono state elaborate e maturate diverse concezioni circa la presenza dei cattolici nella politica e l’impegno che è richiesto ai laici credenti, in conformità con le indicazioni del Magistero. In Italia, in particolare, si è dato risalto ad un fatto, leggendolo come frutto di una teoria, e cioè la cosiddetta fine dell’unità dei cattolici in politica. Il fatto è stato lo scioglimento della Democrazia cristiana, la teoria era il riferimento alla “legittima libertà dei cittadini cattolici di scegliere, tra  le opinioni politiche compatibili con la fede e la legge morale naturale, quella che secondo il proprio criterio meglio si adegua al bene comune” (Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nelle vita politica, II, 3). In realtà i due termini della questioni sono tra loro eterogenei e, come è noto, cronologicamente distanti. Oggi, senza riaprire né il dibattito sulle cause di quel fatto, e senza scalfire le indicazioni di questa teoria (che ha il peso vincolante per i credenti di una nota dottrinale) emerge però una questione nuova, legata ai cambiamenti dell’orizzonte pratico e teorico dell’Occidente, riassumibili nel nesso che lega le politiche nazionali con i processi di globalizzazione che interessano sia le economie dei vari Paesi, sia i modelli di riferimento culturali.  Per fare un esempio intuitivamente evidente, basti pensare alle problematiche bioetiche (dai temi dell’ingegneria genetica a quelli della creazione di ogm) e a quelle socio-economiche (dal problema della finanza mondiale a quello dei modelli di sviluppo e di mercato della Cina). Questioni complesse, che richiedono senza dubbio competenze specifiche, ma che, soprattutto imporrebbero riflessioni circa la necessità di una politica che guardi al futuro delle nuove generazioni e dell’intero pianeta. Soltanto dentro uno sguardo complessivo e lungimirante è infatti possibile anche costruire progetti concreti che affrontino emergenze locali di grande rilievo e di immediata evidenza, come la disoccupazione giovanile, l’immigrazione, l’istruzione, la giustizia, l’allocazione delle risorse per lo sviluppo e per la conservazione dei diritti fondamentali della persona. La politica, in questo senso, viene prima della questione strategica della vittoria delle elezioni politiche e dell’occupazione delle amministrazioni locali. Ci si compiace nel ritenere che le grandi ideologie totalitarie sono finite, ma non ci rende conto del trionfo di un’ideologia liberista che per sua natura tende a garantire i diritti di chi li possiede e fa ben poco per allargare la sfera della partecipazione al bene comune di chi ne è di fatto escluso per motivi vari. I cattolici, per la loro esperienza di fede, che è sintesi di vocazione personale e di comunione ecclesiale, dovrebbero, più di altri, aver presente il nesso che lega l’uomo alla società e l’importanza di questa relazione. Questo nesso è oggi messo in pericolo grazie ad una deriva individualistica che si manifesta anche nella personalizzazione del dibattito politico, sempre meno improntato ad un confronto su quale sistema di società si intende costruire e sempre più legato alla ricerca di un consenso immediato e di breve respiro. Il contributo filosofico dei cattolici in ordine alla questione politica è di fatto scomparso. Al di là dell’impegno di singoli credenti in differenti raggruppamenti partitici, manca una visione d’insieme che possa diventare una proposta credibile ed attuabile. Questa assenza è imputabile anche al venir meno di un luogo dove praticare la riflessione politica e all’ esigenza di passare immediatamente dalla politica al partito e dall’aver ridotto il partito ad un’organizzazione per ottenere il consenso. Non è, questo, un problema che riguarda soltanto i cattolici. Ma è indubbio che, come spesso ci ha richiamato il Magistero, esiste una responsabilità specifica dei credenti che sentono la questione politica come qualcosa di non accessorio alla loro responsabilità ecclesiale. Nomi nuovi per progetti vecchi non servono: ciò che oggi appare necessaria è la creazione di una consapevolezza politica diffusa che sostituisca il  modello della politica come arte del compromesso e della mediazione con l’immagine di una politica come ideale di bene comune nel quale sia possibile la fioritura dell’umano e la condivisione della responsabilità della polis. Invece di creare partiti, di rigenerarli o di riciclarli sotto nuove vesti, mettendo insieme interessi contingenti e poteri permanenti, si tratta di dar spazio e vita ad un pensiero  politico, che possa poi trovare interpreti e acquisire consensi. Ciò richiede tempi lunghi e la decisione di inaugurare un’articolata, ma generosa, riflessione critica che riapra il dialogo politico in primo luogo tra i credenti. Dopo una stagione di partiti senza politica occorre pensare ad una politica che si esprima in partito. Sul tappeto dell’oggi ci sono questioni concrete, che riguardano l’istruzione, la famiglia, il lavoro, l’immigrazione, la giustizia: una risposta capace di reggere nel tempo richiede che il “sale della terra” finisca sulle ferite della storia più o meno recente dei partiti in Italia, se vogliamo assumerci la responsabilità della nostra cittadinanza di credenti.

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