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Tommaso, Somma Teologica, Parte I, q. 79 La coscienza morale

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Somma Teologica, Parte I, q. 79

 

Articolo 13

Se la coscienza sia una facoltà

Sembra che la coscienza sia una facoltà. Infatti:

1. Dice Origene [In Rm 2, 15] che la coscienza «è lo spirito correttore e il pedagogo che accompagna l’anima per allontanarla dal male e affezionarla al bene». Ma la parola spirito designa nell’anima una potenza; oppure la mente

stessa, come in quel passo [Ef 4, 23]: «Rinnovatevi nello spirito della vostra mente»; oppure l’immaginazione, dato che la visione immaginaria è detta anche «spirituale», come risulta da S. Agostino [De Gen. ad litt. 12, cc. 7, 24]. La coscienza è dunque una facoltà.

2. Il soggetto del peccato non può essere che una facoltà dell’anima. Ma la coscienza è soggetto del peccato, poiché sta scritto [Tt 1, 15] di alcuni: «sono contaminate la loro mente e la loro coscienza». Pare quindi che la coscienza sia una facoltà.

3. È necessario che la coscienza sia o un atto, o un abito, o una facoltà. Ma essa non è un atto, poiché non sarebbe permanente nell’uomo. E neppure è un abito, perché in tal caso la coscienza non sarebbe dotata di unità, ma

sarebbe un insieme di più cose: infatti noi facciamo uso di molti abiti conoscitivi nelle nostre azioni. Quindi la coscienza è una facoltà.

In contrario: La coscienza può essere messa da parte, non invece le potenze: quindi essa non è una potenza.

Rispondo: Propriamente parlando la coscienza non è una facoltà, ma un atto. E ciò risulta sia dal significato della parola, sia da quelle funzioni che sono ad essa attribuite nel comune modo di parlare. Coscienza, infatti, stando al significato proprio della parola, include un ordine della conoscenza a qualcosa: infatti coscientia deriva da cum alio scientia [scienza unita ad altro]. Ora, ci vuole un atto per applicare la scienza a qualcosa. Stando quindi al significato della parola, è chiaro che la coscienza è un atto. E la stessa cosa appare anche dalle funzioni che vengono attribuite alla coscienza. Infatti si dice che la coscienza attesta, impedisce, incita, come pure che accusa, rimorde e riprende. E tutto ciò proviene dall’applicazione di

una nostra cognizione o scienza alle nostre azioni. Ora, questa applicazione avviene in tre modi. Primo, riconoscendo di aver fatto o di non aver fatto un’azione, secondo quel detto della Scrittura [Qo 7, 23]: «La tua coscienza [il tuo cuore] sa che anche tu hai detto tante volte male degli altri». E in questo caso diciamo che la coscienza attesta.

Secondo, giudicando con la nostra coscienza di dover fare o di non dover fare una data cosa: e in questo caso si dice che la coscienza incita o trattiene. Terzo, giudicando con la coscienza se una data azione è stata fatta bene o male: e allora si dice che essa scusa, oppure che accusa o rimorde. Ora, è evidente che tutte queste cose dipendono dall’applicazione attuale della

scienza alle nostre azioni. Quindi, a parlare propriamente, la coscienza indica un atto.

Siccome però l’abito è il principio [immediato] dell’atto, a volte il termine coscienza viene attribuito al primo abito naturale, cioè alla sinderesi: e così fanno S. Girolamo [Glossa su Ez 1, 6], che la chiama appunto sinderesi, S. Basilio [Hom. 12 in princ. Prov.], che la chiama criterio naturale, e il Damasceno [De fide orth. 4, 22], che la considera come la legge della nostra intelligenza. Infatti si è soliti denominare gli effetti con i nomi delle loro cause, e viceversa.

Soluzione delle difficoltà:

1. La coscienza viene chiamata spirito in quanto spirito sta per mente, poiché la coscienza è come un dettame della mente.

2. La contaminazione si trova nella coscienza non come nel suo soggetto, ma come una cosa conosciuta si trova nella conoscenza, in quanto cioè uno sa di essere contaminato.

3. Sebbene l’atto non sia sempre permanente in se stesso, tuttavia perdura sempre nelle sue cause, che sono la potenza e l’abito. E benché siano molti gli abiti da cui è influenzata la coscienza, pure essi traggono tutti l’efficacia da un primo abito, cioè dall’abito dei primi princìpi, che è chiamato sinderesi. Per cui talvolta questo abito in modo speciale viene chiamato coscienza, come si è spiegato [nel corpo].

 

 

Somma Teol. Parte I-II q. 19

 

Articolo 5

Se la volontà che discorda dalla ragione erronea sia cattiva

Sembra che la volontà che discorda dalla ragione [o coscienza] erronea non sia cattiva. Infatti:

1. La ragione è la regola della volontà umana in quanto, come si è detto [a. 4], deriva dalla legge eterna. Ma la ragione erronea non deriva dalla legge eterna. Quindi la ragione erronea non è la regola della volontà umana, per cui la

volontà non è cattiva se discorda da tale ragione.

2. Secondo S. Agostino [Serm. 62, 8] il comando di un’autorità inferiore non obbliga se è contrario al comando dell’autorità superiore: come nel caso in cui un proconsole comandasse ciò che l’imperatore proibisce. Ma la ragione che sbaglia talora propone delle cose che sono contro il precetto del superiore, cioè di Dio, la cui autorità è suprema. Quindi il dettame della ragione erronea non obbliga. E così la volontà non è cattiva se discorda dalla ragione erronea.

3. Ogni volere cattivo si riporta a una qualche specie di peccato. Ma il volere che discorda dalla ragione erronea non può essere classificato in alcuna specie di peccato: nel caso, p. es., che la ragione erronea mostrasse che bisogna fornicare, il volere di chi non vuole fornicare non potrebbe essere classificato in alcuna specie di peccato. Quindi il volere che discorda dalla ragione erronea non è cattivo.

In contrario: Come si è detto nella Prima Parte [q. 79, a. 13], la coscienza non è altro che l’applicazione della conoscenza a un atto particolare. Ora, la conoscenza è nella ragione. Quindi il volere che discorda dalla ragione erronea è contrario alla coscienza. Ma ogni volere di questo genere è cattivo, poiché sta scritto [Rm 14, 23]: «È peccato tutto ciò che non è secondo la fede», vale a dire tutto ciò che è contro la coscienza. Quindi il volere che discorda dalla ragione erronea è cattivo.

Rispondo: Domandarsi se il volere che discorda dalla ragione erronea sia cattivo equivale a domandarsi se sia obbligante la coscienza erronea: poiché la coscienza è come il dettato della ragione (infatti nella Prima Parte [l. cit.] si disse che è un’applicazione della conoscenza all’atto). E a questo proposito alcuni hanno distinto tre generi di atti: alcuni buoni nel loro genere, altri indifferenti, altri ancora cattivi nel loro genere. Essi dunque concludono che se la ragione o la coscienza impone di compiere una cosa che è buona nel suo genere, non c’è errore. E così pure se impone di non fare ciò che è cattivo nel suo genere: poiché per uno stesso motivo si comanda il bene e si proibisce il male.

Se invece la ragione o la coscienza dicesse a una persona che un uomo è tenuto a compiere per legge cose che sono per se stesse cattive, oppure che sono proibite cose per se stesse buone, allora la ragione o la coscienza sarebbe erronea. E così pure sarebbe erronea se dicesse che è proibito o che è comandato ciò che di per sé è indifferente, come alzare una pagliuzza da terra. Dicono dunque che la ragione o la coscienza che sbaglia in cose indifferenti, sia nel comandare che nel proibire, è obbligante: per cui il volere che non si uniforma a tale ragione erronea è cattivo, e si ha il peccato. Invece la ragione, o la coscienza, che sbaglia comandando cose intrinsecamente cattive, o proibendo cose intrinsecamente buone e necessarie alla salvezza, [dicono che] non è obbligante: e che quindi in tali casi il volere che discorda dalla ragione o dalla coscienza erronea non è cattivo.

Ma questa conclusione non è ragionevole. Infatti nelle cose indifferenti la volontà che è in disaccordo con la ragione o la coscienza erronea è cattiva in certo qual modo per l’oggetto, dal quale dipende la bontà o la malizia della volizione: non già per l’oggetto in se stesso, ma in quanto esso viene accidentalmente considerato dalla ragione come un male da farsi o da evitarsi. E poiché l’oggetto della volontà è ciò che viene proposto dalla ragione [cf. a. 3], se una cosa viene presentata dalla ragione come cattiva, la volontà nel perseguirla diventa cattiva. Ora, ciò non si verifica soltanto nelle cose indifferenti,

ma anche in quelle intrinsecamente buone o cattive.

Infatti non soltanto ciò che è indifferente può accidentalmente assumere la natura di bene o di male, ma il bene stesso può assumere l’aspetto di male, e il male l’aspetto di bene, in forza dell’apprezzamento della ragione.

Astenersi dalla fornicazione, p. es., è un bene: e tuttavia la volontà non può perseguire tale bene se non in base alla presentazione della ragione. Se quindi ciò venisse presentato dalla ragione erronea come un male, verrebbe perseguito

sotto l’aspetto di male. Quindi la volontà sarebbe cattiva, poiché vorrebbe un male: un male che è tale non per se stesso, ma accidentalmente, cioè in forza dell’apprezzamento della ragione. E così credere in Cristo è una cosa essenzialmente buona e necessaria alla salvezza: ma la volontà non può tendere a ciò se non in base alla presentazione della ragione. Se quindi la

ragione presentasse tale cosa come un male, la volontà non potrebbe volerla se non come un male: non perché sia un male per se stessa, ma perché è un male nella considerazione della ragione. Per questo il Filosofo [Ethic. 7, 9] insegna che, «assolutamente parlando, incontinente è colui che non segue la retta ragione; tuttavia accidentalmente è incontinente anche colui che non segue la ragione falsa». Quindi bisogna concludere, assolutamente parlando, che ogni volere che discorda dalla ragione, sia retta che erronea, è sempre peccaminoso.

Soluzione delle difficoltà:

1. Sebbene il giudizio della ragione erronea non derivi da Dio, tuttavia questa presenta il suo giudizio come vero, e quindi come derivato da Dio, da cui dipende ogni verità.

2. Le parole di S. Agostino valgono nel caso in cui uno riconosca il comando dell’autorità subalterna come contrario al comando dell’autorità superiore. Se uno invece credesse che il comando del proconsole è il comando dell’imperatore,

disprezzando il comando del proconsole disprezzerebbe il comando dell’imperatore. E similmente se un uomo conoscesse che la ragione umana detta una cosa contraria alla legge di Dio, non sarebbe tenuto a seguirla; ma allora la ragione non sarebbe del tutto erronea. Quando invece la ragione propone una cosa come comandata da Dio, allora è la stessa cosa trasgredire il dettame della ragione e trasgredire la legge di Dio.

3. Quando la ragione apprende una cosa come cattiva, la considera sempre sotto una particolare ragione di male: per es. come cosa contraria a un comandamento di Dio, o come motivo di scandalo, o sotto altri aspetti consimili.

E allora tale volizione peccaminosa si riporta a questa particolare specie di peccato.

 

Articolo 6

Se la volontà che concorda con la ragione erronea sia buona

Sembra che la volontà concordante con la ragione erronea sia buona. Infatti:

1. Come il volere discordante dalla ragione persegue una cosa che la ragione giudica cattiva, così la volontà concordante con la ragione persegue una cosa che la ragione giudica buona. Ora, il volere che discorda dalla ragione, anche erronea, è cattivo. Quindi il volere che concorda con la ragione, anche se erronea, è buono.

2. Il volere che concorda con i comandamenti di Dio e con la legge eterna è sempre buono. Ma la legge eterna e i comandamenti di Dio ci vengono proposti dalla ragione, anche se erronea. Quindi il volere che concorda con la

ragione erronea è buono.

3. Il volere che discorda dalla ragione erronea è cattivo. Se dunque è cattivo anche il volere che concorda con essa, ne viene che sarà cattiva qualsiasi volizione di chi si trova ad avere una ragione erronea. E allora il volere di costui sarà perplesso, e dovrà peccare necessariamente: il che è inammissibile. Quindi il volere che segue la ragione erronea è buono.

In contrario: Il volere di coloro che uccidevano gli Apostoli era cattivo. E tuttavia concordava con la loro ragione erronea, poiché sta scritto [Gv 16, 2]: «Verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio». Quindi il volere che concorda con la ragione erronea può essere cattivo.

Rispondo: Come il problema precedente si identifica col quesito se la coscienza erronea obblighi, così il quesito attuale si identifica con quello in cui ci si domanda se la coscienza erronea scusi [dal peccato]. Ora, il problema dipende da ciò che abbiamo detto a proposito dell’ignoranza. Infatti sopra [q. 6, a. 8] abbiamo detto che l’ignoranza non sempre causa involontarietà. E poiché sia il bene che il male morale si trovano nell’atto in quanto questo è volontario, come è evidente da quanto si è detto [a. 2], è chiaro che esclude la ragione di bene e di male morale l’ignoranza che causa l’involontarietà

dell’atto, non già quella che non la causa. E abbiamo anche detto che l’ignoranza direttamente o indirettamente volontaria non causa involontarietà. E chiamo ignoranza direttamente volontaria quella che è perseguita da un atto di volontà; indirettamente volontaria invece quella dovuta a negligenza, nel senso che uno non vuole sapere ciò che è tenuto a sapere, come si è spiegato [q. 6, a. 8].

Se dunque la ragione o la coscienza è erronea per un errore direttamente o indirettamente volontario, riguardo a cose che uno è tenuto a sapere, tale errore non scusa dal peccato la volontà che segue la ragione o la coscienza erronea. Se invece si tratta di un errore che produce involontarietà, in quanto provocato, senza negligenza alcuna, dall’ignoranza di particolari circostanze, allora tale errore della ragione o della coscienza scusa la volontà dal peccato.

Se la ragione erronea, p. es., affermasse che un uomo è tenuto ad accostarsi alla moglie di un altro, il volere che si uniformasse a tale ragione sarebbe peccaminoso, poiché tale errore proviene dall’ignoranza della legge di Dio, che siamo tenuti a conoscere. Se invece uno si inganna credendo che la donna furtivamente introdotta sia sua moglie, e alle richieste di lei volesse trattarla come tale, questa sua volizione sarebbe scusata dal peccato: poiché questo errore proviene all’ignoranza delle circostanze, che scusa e causa involontarietà.

Soluzione delle difficoltà:

1. Come insegna Dionigi [De div. nom. 4], «il bene è causato dall’integrità delle cause, il male invece anche da difetti particolari». Per rendere quindi cattivo l’oggetto su cui si porta la volontà basta che esso sia cattivo in se stesso, o che sia percepito come tale. Perché invece sia buono si richiede che lo sia sotto entrambi gli aspetti.

2. La legge eterna non può sbagliare mai, ma la ragione umana può sbagliare.

Quindi il volere che concorda con la ragione umana non sempre è retto, e non sempre concorda con la legge eterna.

3. In logica, come in morale, posto un errore necessariamente ne seguono altri. Posto, p. es., che uno cerchi la vanagloria, sia che faccia per vanagloria ciò che è tenuto a fare, sia che non lo faccia, peccherà ugualmente. E tuttavia non è perplesso, poiché può deporre la cattiva intenzione. Analogamente,

una volta posto l’errore della ragione o della coscienza dovuto a un’ignoranza colpevole, segue necessariamente il peccato nella volizione. E tuttavia la persona non è perplessa, avendo la possibilità di togliersi dall’errore, dato che l’ignoranza è vincibile e volontaria.

 

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