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Adriano Pessina, “Riforma universitaria e regno dell’incertezza”

I giornali hanno spesso denunciato le cattive pratiche presenti nella nostra università, i sistemi clientelari, i favoritismi “baronali”. E il tema dei cervelli in fuga ha permesso a commentatori di varia formazione di gettare ulteriore discredito sul nostro Paese, spesso dimenticando che quei cervelli si portano dietro molte di quelle idee e di quelle competenze che hanno acquisito nelle università italiane e che altri cervelli sono stati valorizzati anche da noi. Ciò che non si è sufficientemente sottolineato, a mio avviso, è la responsabilità politica che permette e favorisce il declino delle nostre università, con la silente complicità di almeno due tipi di docenti: quelli che, assorbiti dai compiti della ricerca pensano che la questione delle politiche universitarie non rientri nei loro compiti, e quelli che in Università hanno trovato posto come secondo lavoro, impegnati a dare il meglio di loro stessi nei loro studi privati. Gli altri, che ricercano e non si disinteressano, si trovano spesso nella condizione di non essere mai considerati reali interlocutori del balletto di Ministri che, con tutto il rispetto che si deve alla carica, spesso non sanno nulla di ciò a cui mettono mano, governati da apparati inamovibili che sono poi la vera anima dei ministeri.

L’università si qualifica per la ricerca, ma poi assume le persone soltanto per soddisfare le esigenze della didattica: ci si lamenta che i professori fanno poche ore di lezione, che ci sono corsi che hanno pochi studenti e perciò si tagliano i posti (e questo certo non favorisce la permanenza dei “cervelli”). Ma mentre è legittimo buttare i corsi inventati dai giochetti di basso profilo dell’università di massa, si buttano anche quelli che rispondono alla natura di una eccellenza che a volte richiede l’esiguità dei numeri e la raffinatezza delle menti. Ci si lamenta che il corpo docente è composto da troppi “vecchi” (e per di più baroni), ma non si fanno concorsi (ci si limita a prometterli). Si vuole l’eccellenza, ma si promuove una università di massa e ci si lamenta se i laureati sono troppo pochi e non tutti trovano il lavoro corrispondente al titolo di studio rilasciato. Si fanno le lauree brevi e poi si introducono percorsi infiniti che vanno dalle lauree specialistiche, ai master per finire nei dottorati di ricerca. In mezzo a questi paradossi si è deciso di costituire una nuova agenzia che dovrebbe valutare a livello nazionale sia i “prodotti” dei vari docenti, sia il valore delle singole università. Questa nuova agenzia di rating ha messo in piedi una macchina colossale, in cui i valutati e i valutatori si scambiano gli abiti. Ma se i valutatori sono scientificamente screditati come valuteranno in modo scientifico? Si è fatto credere che finora non ci fossero criteri condivisi con cui le singole aree disciplinari hanno valutato la ricerca e permesso all’università di esistere e allora si è cercato di creare un linguaggio comune, uno strumento universale che di fatto ha soltanto copiato modelli presenti in alcuni settori disciplinari e li ha estesi a tutti. Per non parlare della folle idea Anvur (l’agenzia dei valutatori) di reclutare attraverso le varie società italiane (tramite lettera circolare e moduletto per indicare indirizzo e competenze) i nominativi di docenti stranieri che dovranno far parte delle commissioni di concorso: dimenticando che i nostri raggruppamenti disciplinari non sempre trovano corrispondenza in quelli stranieri e che così si finisce con il ricorrere soltanto agli amici e ai conoscenti. Il fatto che, senza alcuna reciprocità, noi condizioniamo il futuro dell’università italiana ricorrendo a docenti stranieri non sembra far problema: e forse non è un problema per le scienze descrittive e sperimentali, ma lo è per tutte le altre discipline, giuridiche, economiche, filosofiche, storiche e via dicendo.

Il vero problema è che si è sfuggiti al confronto su questi temi interpretando le critiche, le obiezioni e i suggerimenti come volontà di sfuggire al controllo, alla valutazione, alla verifica.

In tutte le (pretese) riforme dell’università è sempre mancata la cosa più importante: una qualsiasi idea di università.

Oggi l’unico imperativo che aleggia ha qualcosa di surreale: pubblica, pubblica in inglese, pubblica tanto, pubblica in quei settori in cui puoi essere citato. In una società di consumi sono necessari i prodotti, e vince chi sta sul mercato: ma il sapere non è un prodotto qualsiasi e spesso, sia nel campo delle discipline scientifiche, sia in quelle delle aree umanistiche, ci vuole un tempo lungo ed una lunga pazienza per produrre qualcosa che resti al di là dei cambiamenti di stagione. E spesso ci sono prodotti preziosi, ma di scarso consumo. Ci sono prodotti che non si adeguano al mercato, che vogliono essere alternativi a ciò che oggi si dice, si studia, si pensa. Quel “si” impersonale condannerà decisamente alcune ricerche storiche, letterarie, filosofiche, filologiche: non sarà una condanna dettata dalla loro irrilevanza, dalla loro insignificanza, dall’assenza di originalità e rigore, ma dall’aumento del loro spread: invendibili rispetto ad altri prodotti. Quei prodotti sfuggiranno alle maglie della cosiddetta “qualità” perché non rientrerà negli strumenti quantitativi di misurazione.

Ma non c’è nessun problema: i docenti si stanno adeguando, i giovani non più giovani che ancora pensano all’università come a qualcosa che vada oltre ad un sistema produttivo integrato nel modello locale delle economie e della produzione, si adegueranno.

Ben venga un processo di razionalizzazione, un impegno di valutazione seria e documentata: ma è assurdo che per valorizzare il nuovo sistema di reclutamento dei docenti e i nuovi criteri di valutazione della ricerca, si  insista in un’opera di generica e gratuita denigrazione dei precedenti procedimenti concorsuali e dell’attuale classe docente: forse sarebbe anche giusto ricordare che tutti coloro che partecipano al nuovo sforzo di razionalizzazione del sistema, Ministro e Presidente Anvur compresi, sono stati selezionati con i precedenti criteri e non penso che si ritengano frutto del semplice potere baronale e del nepotismo di cui sarebbe afflitta l’intera università. Trovo imbarazzante il fatto che nessuno corregga le bordate giornalistiche e le loro generalizzazioni, che nella loro genericità risultano offensive e ingiuste.

Mi auguro che qualche parola di stima per la stragrande maggioranza dei docenti che sono andati in cattedra per merito e che peraltro partecipano con spirito di abnegazione, anche quando esprimono motivate riserve metodologiche al modello attuale, alla realizzazione della riforma, vengano finalmente pronunciate dai responsabili della riforma del sistema valutativo. Alcune storture, truffe e malefatte non erano opera soltanto del sistema, ma degli uomini che non vedevano alcuna idealità nell’opera dell’università, pensata come un’azienda qualsiasi, che sta sul mercato e garantisce i progetti privati e personalistici.

Ma, detto questo, ci si chieda, anche: stiamo razionalizzando un sistema di misurazione formale o stiamo mettendo mano alla funzione stessa dell’università, da sempre luogo eccentrico rispetto alle pure esigenze della politica e del mercato in cui è cresciuta? Dopo le aziende sanitarie avremo anche le aziende universitarie? Alcune vendono già i loro titoli. Non svendiamo il nostro patrimonio di scienza e cultura e ritroviamo nell’orgoglio di essere docenti dell’università italiana la forza per pensare seriamente quale università stiamo creando mentre crediamo di correggere gli errori del passato.

 

Adriano Pessina

Ordinario di Filosofia Morale

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