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Laura Gotti Tedeschi – La “Creazione senza Dio” di Telmo Pievani

«Che tipo di controversia è quella tra disegno intelligente ed evoluzione? Scientifica, filosofica, ideologica?». Mi pare che sia questa la domanda centrale intorno a cui Telmo Pievani, filosofo della scienza all’Università di Milano Bicocca, ha costruito il suo provocatorio saggio Creazione senza Dio (Einaudi, 2006).

Il filosofo, attraverso un’iniziale narrazione delle vicende biografiche del “Darwin prima che fosse Darwin”, basata sugli appunti raccolti nei suoi preziosissimi e segreti taccuini riempiti con straordinaria precisione dal 1837, ripercorre il suo periodo di vita precedente alla fama che lo segnò dopo l’uscita dell’Origine della specie del 1859. Questo metodo di indagine viene utilizzato dall’Autore per cercare di mostrare quanto sia troppo spesso tralasciata, e tuttavia necessaria, quella capacità di distinguere le conseguenze di una teoria dalle intenzioni del suo “creatore”, un’ipotesi scientifica dagli effetti anche ideologici che ne sono derivati. Charles Darwin prima di diventare l’autore dell’Origine della specie, e quindi elaboratore della teoria evoluzionista della selezione naturale delle specie, era uno studente universitario con l’ambizione di diventare un parroco di campagna, incantato dagli scritti di “teologia naturale” dell’arcidiacono di Cambridge William Paley. Quest’ultimo nel suo Evidences of Christianity, spiegava come la perfezione, la bellezza e l’armonia di ogni dettaglio della natura non potessero che essere frutto dell’azione di un sommo progettista, che aveva fissato la gerarchia della natura e aveva delineato l’orizzonte dei suoi fini. Così, il giovane Darwin era esaltato e attratto dal pensiero che la realtà della natura, fosse un grande “disegno” di Dio, in cui vigeva un ordine precostituito in cui l’uomo era inserito. Con quest’idea in mente, il giovane Darwin decise di mettersi ad osservare da vicino questo “creato”, e da quel momento in avanti ebbe origine il suo percorso che lo condusse a formulare la sua nota teoria, che ribaltava completamente l’ipotesi di un “disegno intelligente” che fino a quel momento riteneva governasse il mondo.

Pievani racconta come nei suoi viaggi intorno al globo, Darwin iniziò a far convivere le sue convinzioni creazioniste con l’osservazione della realtà dell’evoluzione della specie. Il suo metodo, che egli stesso definiva “induttivista baconiano”, lo portò a cercare di «raccogliere dati liberandosi da preconcetti». Darwin, osservando la realtà naturale iniziò a domandarsi come potesse essere possibile che Dio avesse dovuto creare apposta una tale varietà di specie di luogo in luogo. Così iniziò a costruire delle casistiche sulle variabili delle specie naturali che osservava durante i suoi spostamenti. Lo studioso poi arrivò a compiere un’osservazione estremamente importante, che costituì uno degli elementi fondanti della sua teoria: i cambiamenti nella specie animale non derivavano dalla volontà ma da una legge di adattamento. Così, alla ricerca del “come” e del “perché” dell’evoluzione, Darwin arrivò a dubitare della possibilità che Dio avesse potuto “abbassarsi” a creare certi “infimi dettagli della natura”: non poteva esistere un “dio dei molluschi”. Pievani si serve di questo passaggio biografico per smantellare l’idea creazionista di un architetto intelligente che ha creato un mondo perfetto, composto da dettagli così precisi da non poter essere frutto di una semplice combinazione casuale della natura. In realtà il mondo non è perfetto, e sarebbero proprio certi particolari a rivelarlo.

Tuttavia, dall’osservazione della natura, Darwin non riuscì a ricavare alcuna legge, ma solo speculazione. Ad esempio, egli si domandò se questa evoluzione che osservava nella natura implicasse necessariamente anche un progresso. Il “materialismo” o “naturalismo” che Darwin arrivò a formulare per spiegare la realtà, attraverso le sue indagini analitiche e osservative, si fondava su di un metodo che ricorreva a cause o leggi verificabili empiricamente. Il suo materialismo, tuttavia, come Pievani mette in luce e sostiene, lo portò a compiere un passaggio che andava oltre la mera descrizione di ciò che osservava: Darwin tradusse il concetto di libero arbitrio in caso, il pensiero in secrezioni cerebrali e le emozioni e gli istinti in fatti animali. L’Autore sposa in toto questo travalicamento del seminato scientifico-descrittivo, e come egli stesso afferma all’inizio del libro, ritiene il darwinismo «qualcosa di più che una teoria scientifica», considerandolo addirittura come un sistema filosofico che sarebbe in grado di dimostrare «le origini materiali del nostro corpo e della nostra mente», e sarebbe finalmente capace di far cadere «i fondamenti non soltanto della fede, ma anche della morale e della convivenza umana». Pievani mostra come lo studioso inglese si mise alla ricerca di un principio causale non solo capace di spiegare scientificamente la realtà dell’evoluzione, ma anche capace di dimostrare l’inutilità di una spiegazione soprannaturale del perché del mondo. Così facendo, Pievani assume l’atteggiamento che egli stesso critica successivamente nei neocreazionisti, sintetizzabile nel principio secondo cui “l’assenza di prove non è la prova di un’assenza”.

Possiamo tornare ora alla domanda iniziale, su quale sia la natura della controversia tra evoluzionismo e disegno intelligente: scientifica, filosofica o ideologica? Prima di rispondere a questa domanda è importante ricorrere, come fa lo stesso Pievani, all’”argomento del disegno” di Tommaso d’Aquino, la quinta e ultima prova dell’esistenza di Dio (pur ricordando che la quinta via non può essere letta e compresa in modo indipendente dalle altre quattro): essa si fonda, come ci ricorda l’Autore, sulla premessa che «la capacità di svolgere una funzione fosse imprescindibile dall’intelligenza: i corpi naturali […]raggiungono i loro fini pur senza averne conoscenza; ciò non può essere dovuto al caso , ma a un progetto di un’entità che conosce e che prevede, così come una freccia raggiunge l’obiettivo perché scoccata da un arciere intenzionalmente». Pievani mette in evidenza come Darwin dimostri, attraverso le sue osservazioni scientifiche, che non sia necessaria una figura intelligente affinché gli organismi perseguano i loro scopi. Come mostra l’Autore, per l’epoca un’idea di questo tipo «assomiglia sempre più a un “delitto da confessare”», poiché viene introdotto un meccanismo naturale, demografico e statistico, che non richiede alcuna causa finale e progettuale ma che è in grado di spiegare l’evoluzione di tutte le specie, anche quella umana.  Con l’introduzione della teoria della selezione naturale sia sul piano filosofico sia sul piano scientifico, l’ipotesi di un “disegno intelligente”, che a quell’epoca era predominante, diventa «superflua».

Con l’uscita dell’opera più importante di Darwin, L’origine della specie, si delinea in modo più forte una concezione antropologica precisa: smantellando infatti l’idea di un piano provvidenziale che regolerebbe la vita dell’uomo secondo un disegno intelligente, Darwin propone una concezione completamente laica del vivente. Lo studioso si pose così in forte contrapposizione con la dottrina creazionista propugnata dal Magistero cattolico, e la sua proposta nuova di visione del mondo e dell’uomo che consegue alla ricostruzione naturale dell’evoluzione umana, costituì una minaccia per la dignità umana: l’uomo veniva spodestato, decentrato, abbassato rispetto alla posizione dominante che aveva avuto fino a quel momento. Iniziò così una vera contrapposizione tra i sostenitori di un Disegno Intelligente (che oggi si traduce in una corrente interconfessionale di pensiero americana che sostiene la teoria dell’”Intelligent Design”) e i sostenitori della teoria darwiniana di evoluzione delle specie per selezione naturale.

Nell’epoca contemporanea questa visione dell’ID è sostenuta dai cosiddetti neocreazionisti che, però, secondo Pievani, più che affermare verità scientifiche sono concentrati a gettare discredito contro la scienza e le sue ricerche. La tendenza sarebbe quella di identificare l’evoluzionismo con lo scientismo. Pievani fa emergere anche la difficoltà di dialogo tra le due correnti di pensiero a causa di una asimmetria di comunicazione: l’una, quella scientifica, descrittiva e l’altra, quella neocreazionista, valutativa e, soprattutto, non basata su argomenti scientifici a sostegno della propria teoria, ma volta ad una strategia persuasiva intenzionata a screditare la scienza per il fatto che le prove non sarebbero sufficienti a fare della teoria evoluzionista una certezza scientifica. La controversia tra evoluzionismo e creazionismo sembra essere dunque ideologica, non scientifica (non c’è parità di condizioni sul piano scientifico tra le due correnti di pensiero) né filosofica (non sembra possibile una dialogo argomentato tra le due correnti di pensiero a causa della barriera ideologica e pregiudiziale).

Pievani, tuttavia, non sembra limitarsi ad una descrizione scientifica, e si appella al già citato principio, secondo cui “l’assenza di prove non è la prova di un’assenza”, quindi non sarebbe valida la critica neocreazionista secondo cui senza prove scientifiche accertate a sostegno della teoria evoluzionista non si possono trarre conclusioni sull’inesistenza di un Disegnatore intelligente. All’Autore però sfugge che tale principio potrebbe essere usato anche a favore della posizione neocreazionista: il fatto che essi non abbiano trovato prove scientifiche a sostegno della teoria dell’Intelligent Design non significa che l’Intelligent Designer, ossia Dio, non esista. Le due posizioni si troverebbero, dunque, in una situazione di parità di mancanza di prove che imporrebbe forse il silenzio e la continua ricerca più che il conflitto e l’accusa di a-scientificità.

All’interno di questa controversia, apparentemente ideologica, sembrerebbe dunque necessario dover ammettere solo una delle due vie: o credere che la realtà è frutto del caso, o credere che la realtà è un disegno pianificato da una mente superiore. Lo studioso Darwin, tuttavia, come l’Autore fa emergere, e questo è il punto interessante del saggio, sembra proporre un’ipotesi che fungerebbe da terza via: «l’esplorazione casuale di possibilità potenzialmente utili, che chiamiamo variazione, è integrata da una processo di selezione adattativa, che non è per nulla casuale e che aumenta considerevolmente la possibilità di aggregare strutture funzionali». Inoltre, «la natura conosce stratagemmi opportunisti che aumentano ulteriormente le sue capacità di implementare, di integrare, di trasformare le strutture organiche». Dunque, la natura sarebbe ordinata e non caotica, strutturata e non casuale.

L’intento di Pievani non sembra dunque quello di sostenere che non esiste per principio alcun disegno intelligente, ma semplicemente che esso non è sostenuto da argomentazioni logiche e scientifiche. Dunque, bisogna trovare un punto di convergenza, e Darwin sembra essere stato in grado di fornirlo. Pievani però sembra dimenticare che lo stesso evoluzionismo non è dimostrato scientificamente e che quindi non è sufficiente a condurre a conclusioni ateistiche come lui sembra forzare a fare. E anche nel caso in cui l’ipotesi evoluzionista trovasse prove scientifiche, questo fatto non sarebbe incompatibile con una visione soprannaturale, non giustificherebbe dunque una conclusione ateistica.

Pievani compie poi un’osservazione interessante e condivisibile: uno dei rischi in cui incorrono alcuni neocreazionisti è quello di sovrapporre presunte implicazioni morali e politiche di una teoria scientifica alla sua validità nel merito. Darwin avrebbe semplicemente mostrato come non sia necessario ricorrere ad alcuna figura trascendente per spiegare la natura umana. Secondo Pievani la sua sarebbe una semplice descrizione. Di nuovo, però, breve è il passo dall’affermare che non sia necessario Dio per spiegare il mondo e affermare che questo Dio non c’è. Pievani questo passo lo compie, quando afferma la possibilità laica del naturalismo: «pensare la specie umana come un’innovazione storica nella famiglia dei primati, come il frutto di un’evoluzione biologica e culturale unica ma non trascendente, e proprio per questo capace di assumersi le proprie responsabilità e di darsi regole etiche e sociali di convivenza senza alcun bisogno di ricorrere a un fondamento sovrannaturale».

L’Autore sembra inoltre cadere nel dogmatismo, quando smantella la teoria dei “falsi positivi” del filosofo e matematico Dembski, secondo il quale dove c’è bassa probabilità che un evento accada ma vi sia un modello riconoscibile, dovremmo inferire la presenza di un disegno intelligente. Secondo l’Autore, invece, quelle sequenze improbabili di eventi che accadono (ad es, incontrare una persona nello stesso posto, alla stessa ora, ad alcuni anni di distanza) non sarebbero assegnati a chissà quali progetti intenzionali, ma sarebbero solo il frutto di «una coincidenza a cui noi soggettivamente attribuiamo un senso in base alle nostre conoscenze di sfondo». Ciò però si scosta e va a collidere col “giusto mezzo” individuato e sostenuto dall’Autore nelle parole di Darwin tra “caso” e “disegno”.

In sintesi, il punto centrale attorno cui ruota la riflessione di Pievani è individuabile nella auspicata accettazione sociale che evoluzionismo e creazionismo siano conciliabili, e Pievani sembra far intravedere come forse sia scientificamente e filosoficamente possibile e ammettibile che un dio possa aver usato le leggi di natura e i meccanismi dell’evoluzione per compiere la propria volontà. La scienza e la fede non sono nemiche e non hanno ragione di esserlo dal momento che esse si muovono su piani completamente diversi. In fondo, il fatto che uno scienziato sia credente o ateo non dovrebbe incidere in alcun modo sulle sue conclusioni scientifiche, che, in quanto tali, sono oggettive e descrittive.

Bisogna dunque evitare, sia da parte degli evoluzionisti sia da parte dei neocreazionisti, la fallacia naturalistica di Hume: passare ingiustificatamente e automaticamente dal piano dei fatti a quello dei valori. I due piani sono distinti seppur non separati.

Pievani, tuttavia, in alcuni passaggi di nuovo cede in un eccesso di “laicità” affermando che comunque la teoria del disegno intelligente, non avendo nulla di scientifico poiché identificabile in una «forma di sovrannaturalismo metodologico», è una «perdita di tempo per la scienza».  L’essere umano, secondo Pievani, è come uno «zingaro solitario ai bordi dell’universo», e questa visione rischia di cadere nell’estrema esaltazione del “caso” come principio regolatore del mondo e della vita umana, peraltro, come abbiamo visto, non accertabile scientificamente.

Ciò nonostante, il pregio dell’Autore è quello di rimettere in discussione la grande questione del rapporto tra evoluzionismo e creazionismo, mettendo in luce un buon punto di incontro scovato in Darwin, e facendo non senza remore emergere i difetti e gli estremismi dell’una posizione e dell’altra, pur con una notevole propensione alla critica del neocreazionismo: «il creazionismo vuole sostituire un determinismo quello genetico e selezionista, con uno fisicalista delle forse invincibili della complessità, che spingerebbero le specie verso il loro destino segnato». Bisogna tuttavia osservare che in realtà il creazionismo non è un determinismo, poiché, muovendosi su di un piano distinto rispetto a quello evoluzionista, si preoccupa di ricercare il fondamento della totalità del reale, le ragioni della sua esistenza; l’evoluzionismo invece ricerca una teoria della terra, degli esseri viventi e della loro origine. Quest’ultimo discorso  necessita di un approfondimento più ampio ed argomentato, e non può essere esaurito in queste righe in cui ci si è limitati a mettere in evidenza i problemi posti da Pievani nel suo testo.

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