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I concorsi universitari e i pregiudizi dell’Anvur. Salvare la ricerca con intelligenza

Pubblichiamo il Documento approvato dal Direttivo della società italiana di Filosofia Morale. La questione che qui viene posta riguarda il futuro dell’Università e della cultura italiana, ormai in stato di abbandono cronico, governata da parametri di natura economica e da criteri che misurano la scientificità in base a parametri ormai largamente discussi e contestati nei Paesi che per primi li hanno adottati. Soprattutto stupisce il fatto che docenti universitari che dovrebbero fornire criteri di accesso per la valutazione qualitativa dei titoli rivelino scarsa attenzione alle differenze epistemologiche. Tra l’altro,  giusto per polemizzare un po’, nell’ambito della pubblicazioni filosofiche l’Autore è unico, in quelle cosiddette scientifiche esistono molti autori e potei provare senza alcuna difficoltà l’esistenza di “scambi” di firme tra diversi gruppi di ricerche, così che il numero delle pubblicazioni aumenta esponenzialmente. Detto altrimenti, per i non addetti ai lavori, visto che il tema riguarda tutti i cittadini italiani che  hanno a cuore la cultura e l’Università, se 5 persone fanno cinque ricerche differenti, ma c’è l’obbligo di mettere una sola firma sul testo pubblicato, ognuna avrà un solo titolo. Ma se le pubblicazioni possono avere più firmatari e i 5 ricercatori si accordano così che ognuno firma anche le ricerche altrui, ogni ricercatore avrà al suo attivo ben 5 pubblicazioni! Ecco come si può pubblicare tanto! Ma al di là delle polemiche, vale la pena di leggere questo equilibrato testo (Adriano Pessina)


 

Documento del  Consiglio Direttivo della Società Italiana di Filosofia Morale

sul Documento    “Criteri e parametri di valutazione dei candidati e dei commissari dell’abilitazione scientifica nazionale” approvato dal Consiglio Direttivo dell’Anvur (22 giugno 2011)

Va apprezzato lo sforzo dell’Anvur per individuare dei parametri il meno arbitrari possibili per regolare sia l’accesso alle procedure di abilitazione nazionale, sia la selezione dei commissari giudicanti. Preso atto anche del tentativo di differenziare in qualche modo i parametri valutativi a seconda delle aree disciplinari, date le evidenti differenze epistemologiche che intercorrono tra i diversi raggruppamenti disciplinari, vanno segnalato alcune problematicità che, a nostro avviso, debbono essere sciolte se, come è interesse di tutti, si desidera che il futuro della nostra università abbia al centro la valutazione del merito e la selezione non venga condizionata da criteri estrinseci.

A questo proposito, prima di esaminare ulteriori questioni che riguardano direttamente l’area che definiremo, per comodità, umanistica, intendiamo segnalare due aspetti che debbono essere, a nostro avviso corretti e che non risultano congrui con i condivisi obbiettivi del documento.

  1. Nel computo del punteggio assegnato ai candidati per poter accedere alla procedura di abilitazione è presente la variabile dell’età anagrafica che di fatto modifica favorevolmente il punteggio in riferimento alla minore o maggiore età del candidato stesso. In altri termini, due candidati, con il medesimo numero di pubblicazioni e la medesima continuità di ricerca, si vedrebbero assegnato un punteggio differente a motivo della differente età. Si capisce l’intento dell’Anvur di privilegiare la giovane età dei candidati, di “ringiovanire” l’Università, e si può anche ritenere giustificata questa preoccupazione, ma essa di fatto e di diritto esula dallo scopo della valutazione dell’idoneità scientifica dei candidati stessi. Di fatto l’età diventa un criterio di discriminazione, di dubbia costituzionalità, per l’accesso ad una procedura di abilitazione che non è ancora l’accesso all’insegnamento in Università. Se il Ministero intende porre dei vincoli di età per i docenti associati e ordinari è suo diritto farlo, ma questo nulla ha a che fare con la questione della qualità e del merito scientifici. Pertanto chiediamo che venga tolta la variabile dell’età nella composizione del punteggio per l’accesso alle procedure di valutazione.

2.  La giusta preoccupazione di stabilire un congruo rapporto di competenze tra i commissari e i candidati ha  però dato luogo ad un evidente paradosso. Infatti, ai candidati per l’abilitazione è richiesto di avere “parametri superiori  alla mediana dello specifico Settore Concorsuale e della fascia (associati o ordinari) per cui si chiede l’abilitazione”. Ciò significa che un ricercatore debba (non “possa”) avere una qualificazione superiore alla media di quella dei suoi giudicanti qualora concorra ad un posto di ordinario. Ora, mentre è legittimo richiedere ad un candidato di avere una produzione scientifica all’altezza dell’idoneità che intende ottenere, risulta incongruo escludere dalla valutazione coloro che, per vari e giustificati motivi, non possono avere gli stessi parametri di quanti, dopo anni di attività di ricerca, lo valuteranno. Tra l’altro questa norma otterrà effetti nefasti negli anni futuri, quando verrà meno quella figura del ricercatore a tempo indeterminato che permetteva ai giovani un impegno pieno per lo studio e per la ricerca, consentendo così di ottenere una qualificazione di alto livello, anche in termini quantitativi. Coloro che usufruiranno dei contratti, infatti, rientreranno nell’anomala, e cronica, situazione di molti ricercatori attuali che, gravati da attività didattiche, avranno sempre meno tempo da dedicare alla ricerca. Se si vuole permettere alle giovani generazioni di rinnovare l’Università, occorre che sia loro garantito un accesso che punta sì sull’eccellenza delle pubblicazioni, ma che deve tenere conto della ovvia minore quantità.

Si chiede che, tolta la variante dell’età, ai candidati sia richiesto di rientrare nella mediana dei parametri e che pertanto non sia necessario superarla.

 

Per quanto riguarda i parametri con cui valutare i candidati commissari, va segnalato che non esiste alcun riferimenti alle attività di Direzione scientifica di progetti nazionali e internazionali,  dei compiti scientifici connessi con la Direzione di Riviste o di collane, con l’attività di revisione dei Progetti Prin e Firb. Ci sembra una lacuna estremamente grave, che dimentica un aspetto non irrilevante dell’attività scientifica (e non didattica) del ruolo proprio degli ordinari. Chiediamo pertanto che venga introdotta anche la valutazione, con un punteggio congruo, di queste attività di ricerca, che sono facilmente documentabili.

La questione  decisamente più grave, per quanto concerne l’area delle discipline umanistiche,  riguarda però la distribuzione dei punteggi assegnati alle pubblicazioni. Ora è indubbio che l’internazionalizzazione sia un obiettivo importante e che costituisca un valore della ricerca, ma in alcuni casi questo non può diventare il valore. Infatti, nell’ambito delle discipline di area umanistica, il riferimento alla lingua madre non è un valore sottovalutabile. Se non si vuole correre il rischio di rincorrere un solo modello epistemologico, va ribadito che in determinati settori non solo le pubblicazioni in italiano hanno la stessa dignità e lo stesso valore di quelle pubblicate in altre lingue, ma in certi casi hanno un valore aggiunto poiché contribuiscono al consolidamento del patrimonio nazionale della cultura italiana, che vanta giustamente una propria originalità e rilevanza anche nel contesto internazionale. Rinunciare a questo patrimonio è un grave errore metodologico e non ha alcuna giustificazione scientifica. Pare, infatti, incongruo attribuire un parametro superiore (1,5) ad un articolo  pubblicato su rivista internazionale rispetto ad un volume pubblicato da un editore nazionale (1). Ed è altrettanto paradossale equiparare due articoli su riviste nazionali (0,5 ciascuno) ad un volume.

Riteniamo che, alle spalle della neutrale oggettività dei numeri, si celino pregiudizi culturali che non hanno nulla a che fare con la questione dell’eccellenza e che presentano il rischio di essere male interpretati. Non si capisce perché svalutare l’editoria italiana (che presenta punte di eccellenza riconosciute in tutto il mondo) a favore di editori internazionali (che tra l’altro sono numericamente pochi e non coprono adeguatamente le aree umanistiche). Si deve infatti notare che un editore internazionale non è un editore estero (che come tale è a sua volta nazionale), ma un editore che ha sedi in più Paesi. Sulla qualità delle pubblicazioni, ovviamente, dovranno entrare in merito le singole commissioni, ma perché si possa procedere dal piano formale al piano contenutistico è necessario che vengano rivisti i pesi attribuiti alle pubblicazioni.

Per i motivi sopra enunciati, proponiamo che alle monografie venga assegnato il    peso 3   e 0,5 agli articoli.

Poiché riteniamo importante la diffusione all’estero delle nostre pubblicazioni, al fine di una diffusione della cultura umanistica nazionale, chiediamo che venga   attribuito   peso 1 alla monografia tradotta  in lingua straniera se già computata come monografia in lingua italiana ( totale 4 ) , e peso 4 alla monografia direttamente pubblicata in lingua straniera  e computata come tale ; egualmente  0,5 all’articolo tradotto in lingua straniera se già computato come articolo in lingua italiana, 1 se pubblicato direttamente in lingua straniera e computato come tale.

In questa difficile fase di riassesto del progetto universitario, ci auguriamo che le nostre proposte vengano al più presto accolte, come contributo al medesimo impegno di costruzione di un’eccellenza universitaria italiana capace di essere punto di riferimento anche per le università di altre Nazioni.

Il Presidente

Giuseppe Cantillo

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